Sedimentare i pensieri e lievitare la pasta

 Siamo arrivati all’ExFadda con la curiosità di vedere da dentro le dinamiche di un contenitore di idee, e la volontà di installare un piccolo ristoro consapevole in occasione della “Apulian reggae academy”. Tutto quello che è successo è stato naturale, in divenire e non riuscendo a sviluppare l’idea iniziale, ho pensato di provare a diventare parte delle dinamiche. Tutto è uno, e  solo in questa concezione  le cose funzionano.

L’idea iniziale era quella di preparare in loco delle focacce artigianali da proporre agli avventori del laboratorio dal basso tenuto a San Vito dei Normanni. Le variabili non considerate da parte mia, sono state tante ma i primi giorni il processo ha in parte funzionato come previsto: dopo aver preparato l’impasto, mi sono avvalsa della collaborazione di un paio di forni in giro per il paese, per la cottura. Ma poi ho riflettuto sulle possibilità di crescita insite in questa esperienza e di decrescita. Sono andata in un forno “amico”, uno dei pochi artigianali rimasti. Con lui ho impastato le farine da me precedentemente selezionate e miscelate. Durante questa operazione abbiamo discusso delle caratteristiche di ciascun tipo di farina, di come bisognerebbe fare una ricerca continua per approfondire l’argomento grani, di quanto sarebbe interessante ritornare a fare il pane in famiglia, riprendersi il tempo necessario per essere felici. Quindi abbiamo lasciato sedimentare i pensieri, e lievitare la pasta.

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Cotte le focacce di farine pugliesi, con impasto e metodo barese, acqua forno pomodori ed energia positiva sanvitese, abbiamo stretto questo accordo che si è protratto per tutti i giorni seguenti.
Questo ha però portato un cambio nel progetto di merende: andare ad impastare la sera per consentire la lievitazione naturale ha inceppato il sistema, non più merende ma aperitivo lungo. Non sono qui per raccontarvi cosa è successo con il progetto di artigiani del sapore, perché per un attimo l’ho lasciato da parte per concentrarmi sulle variabili naturali tra persone e quindi tra energie.

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Abbiamo innescato un processo che potrebbe risultare vincente: piuttosto che proseguire verso le eccedenze che vengono difficilmente condivise, ripenso alla collettività impiegando la forza necessaria per costruire insieme il futuro, penso agli spazi da riempire ed abitare di cultura. La cultura di fare il pane, scegliendo i grani del territorio, macinando solo la quantità necessaria per panificare, riprendersi il tempo affinché il lievito esprima il suo potenziale naturale. Cuocere tutti in un forno “comune” reintroducendo un segmento culturale perso ovvero la condivisione dei saperi, unito alla necessità di rientrare in empatia con le pratiche da cui ci siamo allontanati. Il cibo è un mass media, parla a tutti, racconta storie di cultura, tradizioni, famiglia, benessere e economia. È capace di veicolare una rivoluzione culturale centrata sul rispetto dell’ambiente, sulla ricerca della genuinità, sul riscoprire l’abitudine al “poco ma buono”, nella nostra terra, ricca di eccellenze ma spesso vittima dell’ignoranza.

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Ringrazio tutti quelli incontrati in questi giorni, i nuovi amici che ci hanno aiutato in questa impresa, i volti sorridenti di tutti gli sconosciuti che pure ci hanno dato una mano con entusiasmo e calore fino alle chiacchiere sincere con uno dei professori della “Reggae Accademy”, Clinton Fearon, uno di quelli che fa parte della mia base musicale, una persona umile e divertente, un uomo saggio che raccogliendo un fiore mi ha ricordato che tutto è connesso, ogni cosa trae energia dalle relazioni che stabilisce con ciò che la circonda, per dirla a modo suo: “i’m not alone”.

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Photo credits Bocco

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